Con la partecipazione della più celebre coppia di Hollywood in veste di mascotte.

venerdì 6 ottobre 2017

Gani Furai

Odio, amore, vendetta, perdono. L'eterna lotta tra il bene e il male. Il segreto di un'antica saggezza. Un'oscura profezia. Il destino di un eroe solitario. E tutto questo in un granchio fritto.



GANI  FURAI


di Gianluca Gemelli


- Stasera sushi!
- Eh?
- Senti, non ho tempo di cucinare, devo finire questa relazione. Ti dispiace andare a prendere qualcosa dal cinese?
- Va bene, cara, va bene. Tu cosa vuoi?
- La solita roba: maki, sashimi...
- Cibo giapponese, quindi. E voi, piccoli?
- Sushi!
- Gani furai!
- Che?
- Io voglio il gani furai: il granchio giapponese fritto!
- Ah. Ok.

Prendo la macchina. E' giovedì sera: non c'è traffico. In pochi minuti sono davanti al ristorante cinese. E' un locale che conosco bene: il personale è cinese, ma la cucina giapponese è ottima. Forse alcuni dei cuochi sono giapponesi. Parcheggio. Entro. Lampade di carta e luci soffuse. La giovane cameriera cinese dai lunghi capelli mi porge il menù take away con un sorriso. Mi da anche un foglietto e una matita: devo scrivere nelle apposite caselle i numeri corrispondenti ai cibi che scelgo. Mi siedo a compilare il mini-modulo. Lei di tanto in tanto continua a guardarmi e a sorridermi. Mi vergogno a tirar fuori gli occhiali, preferisco sguerciarmi un bel po' a decifrare i numeri microscopici stampati sulle figure del menù, e c'è anche poca luce. In un modo o nell'altro ce la faccio: consegno il foglietto, ci scrivo su il mio nome, mi rimetto seduto e aspetto. Controllo le chat sul telefonino. Niente di nuovo. Mi chiamano dalla cassa. Già pronto? Un giovane cinese dall'aria sfuggente mi porge due buste.
- C'è tutto?
- Tutto. 
Pago. 
- Bacchette?
- Sì, grazie. Quattro bacchette, per favore.
- Ecco a lei. Buon appetito!
Il suo sguardo mi sembra un po' beffardo. Non ci faccio troppo caso. Saluto con un cenno anche la bella cinesina: vale la pena venir qui anche soltanto per il suo sorriso.

Riprendo la macchina. Torno a casa.
- C'è la cena!
- Evviva!
Apro le buste. Mi sembra che manchi qualcosa.
- Dov'è il gani furai?
- Che?
- Il granchio fritto, papà! Dov'è il gani furai?
Il gani furai non c'è. 
- Non lo vedo. Mi sa che non me l'hanno dato.
- Uffaaa! - La delusione del piccolo è evidente.   
- Certo che non te l'hanno dato, - interviene mia moglie: - qui non c'è! Controlla lo scontrino: forse se lo sono scordato e non te l'hanno fatto pagare.
Ha ragione. Non ho voluto tirar fuori gli occhiali per non sembrare vecchio agli occhi della bella cinese, e magari ho scritto un numero per un altro. Controllo lo scontrino. Non è così, c'è scritto chiaramente: gani furai, 8 euro.
- Adesso torno lì. Me lo faccio dare.
- Sììì!
- Ma dai, ti rimetti in macchina a quest'ora? Lascia perdere!
- Non c'è traffico: è giovedì.

Esco di nuovo. In un baleno sono di nuovo davanti al ristorante. Ma quando scendo qualcosa è cambiato. Non sono più a Roma. Sono a Chinatown. Ci sono molte più lanterne di carta di prima, e cinesi dappertutto. Anche le insegne sono dipinte su carta, e sono in cinese. Non mi importa. Scendo le scalette ed entro.

All'ingresso la bella cinesina mi vede e si avvicina, lo sguardo preoccupato. Mi mette una mano sul braccio e mi porta in disparte.
- Io so perchè sei qui! - mi dice. - E' per il gani furai! Ma ti prego, non andare!
- Devo!
- No, ti prego, ascoltami: non andare!
Non le do retta. Vado dritto alla cassa. Il cinese dall'area beffarda è lì. Io gli punto il dito contro:
- Ehi, tu! Tira fuori il mio gani furai, altrimenti saranno guai!
- Ah sì? - Alza il mento in aria di sfida. 
- Avanti! Tiralo subito fuori!

Per tutta risposta lui fa un balzo e mi si para davanti. Rotea le braccia e piega le gambe. Scalcia l'aria, una, due volte. Lancia un paio di brevi urla di battaglia. Si mette in guardia. Non ho scelta. Con un solo gesto mi sfilo di dosso la camicia e la tiro da parte. A torso nudo mi sento più libero. I muscoli saettano mentre colpisco l'aria coi pugni. Anch'io conosco il kung fu, e stasera sono molto determinato. In fondo ho pagato ben otto euro, e il mio gani furai dov'è? Faccio un salto e con un calcio volante colpisco il paralume appeso al soffitto, mandandolo in frantumi. Avrò impressionato il mio avversario?

Più che impressionato il cinesino sembra contrariato. Preme qualcosa sul lato inferiore del tavolo della cassa. E' un bottone segreto. In un baleno compaiono dal nulla quattro cuochi asiatici, vestiti di bianco e con tanto di grembiule. Sono armati di coltelli lunghi come spade e coltellacci da macellaio simili a mannaie. La situazione si sta facendo un bel po' complessa.

Si fanno avanti in due: urlano e fendono l'aria coi coltelli. Schivo, poi colpisco con un paio di calci rotanti: finiscono a terra. Gli altri due alzano le braccia: stanno per tirare i loro coltelli! Afferro il tavolino più vicino, che era già apparecchiato, e lo sollevo, facendo cadere piatti e bicchieri. Appena in tempo: i due coltellacci vi si conficcano. Mi libero del tavolo scagliandolo addosso agli stessi lanciatori di coltelli. Non c'è tempo per cullarsi sugli allori per la riuscita di questo gesto atletico: quelli che ho colpito per primi ormai si sono rialzati, e mi saranno addosso a momenti. 

Ho poco tempo anche per guardarmi intorno. Il cassiere dal sorriso beffardo è davanti all'uscita. Forse anche lui è armato. Altri due camerieri asiatici si fanno avanti con aria bellicosa. Parto di corsa verso le cucine. Spero di trovare una via d'uscita sul retro del ristorante. Invece, non so come, mi ritrovo in una enorme cella frigorifera. E sono pure a torso nudo! 

Ma il freddo è l'ultima delle mie preoccupazioni: ho le spalle al muro e i quattro cuochi cinesi sono già qui, e sono di nuovo armati di coltello. Tranne uno che ha una specie di mattarello di legno. Si vede che non ha fatto in tempo a ritrovare il coltellaccio. Cerco anch'io un'arma, cerco qualsiasi cosa possa aiutarmi a salvare la pelle. Davanti a me c'è solo un enorme pesce congelato appeso a un gancio. Lo tiro giù. Pesa quanto un elefante: non posso brandirlo a mo' di spada. Però posso afferrarlo per la coda e farlo roteare. Lo lancio come ho visto fare ai lanciatori del martello alle olimpiadi. E due dei cuochi cinesi di nuovo vanno giù per terra. Ma gli altri due avanzano, e assieme a loro altri due camerieri si avvicinano minacciosi. Arretro, cerco con la mano qualcosa, qualsiasi cosa. Trovo un enorme congelatore. Lo apro: ci sono dentro centinaia di Torayaki congelati, i dolci con la marmellata di fagioli rossi. Gli stessi di cui è ghiotto Doraemon nei cartoni animati. Mi metto a lanciarli, uno alla volta: sono duri come pietre e volano dritti e precisi come piccoli dischi volanti. Mi sembra di essere uno spara-piattelli. Stasera mi vengono in mente solo sport olimpici. 

Le merendine congelate fanno effetto: un cameriere colpito alla testa cade stordito, un altro si accascia ululando reggendosi uno stinco. Ma i cuochi armati non li fermano: loro li intercettano col mattarello e coi coltelli. Sono molto abili. 

Tanto peggio. Mi metto in guardia e lancio un urlo di guerra. Scalcio di qua e di là. Sono pronto allo scontro finale. Se di me vogliono fare sushi, dovranno faticare.

- Fermiii!
E' la voce di un vecchio dalla lunga barba bianca, appoggiato a un bastone. Accanto a lui c'è la ragazza dai lunghi capelli. Anche il vecchio è vestito da cuoco, ma quando fa il suo ingresso nella cella frigorifera, tutti si fanno da parte. E' chiaro che tutti lo considerano saggio e venerabile. Forse è il capo cuoco. Forse è qualcosa di più. Sembra avere cent'anni. 

- Fermi tutti! basta così! 
La sua voce è debole ma ferma. Mi guarda e mi indica col bastone.
- Dategli il suo gani furai! 
- Ma... Sensei... Noi...
- Silenzio! Dategli il suo gani furai, ho detto! Non vedete che ne è degno? 
- Eccolo, sensei, - fa l'uomo della cassa. Ha in mano una busta e tiene lo sguardo basso: 
- Mi sono accorto che non l'aveva preso, e gliel'ho tenuto in caldo. 
Mi porge la busta. Il gani furai! E' mio!
- Grazie, - mormoro. Abbasso anch'io la testa di fronte al vecchio venerabile. 
- E ora va'! - risponde lui. - Prendilo e vattene!
Un altro inchino e mi allontano. 

All'uscita raccolgo la mia camicia. Mi rivesto mentre cammino. Non so come, lascio la vecchia Chinatown e mi ritrovo nella solita Roma, con i soliti vecchi marciapiedi dissestati e l'asfalto deformato dalle radici dei pini marittimi. C'è anche la mia macchina, lì dove l'avevo parcheggiata. Poggio la busta sul sedile accanto a quello del guidatore. L'apro: il granchio fritto c'è veramente. Ci sono anche quattro biscottini della fortuna. Ne scelgo uno per me. Lo apro. Stasera mi vengono in mente solo sport olimpici. 

Surpreender e ser surprendido è o segredo do amor
  

3 commenti:

  1. complimenti,mi è piaciuto moloto em i somo divertito anche se non ho capito le ultime paroleim

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    1. Ti credo: sono in portoghese! Comunque non c'è proprio nulla da capire!

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  2. Oggi vado a pranzo al ristorante giapponese, ma lì il cuoco è coreano... speriamo bene.

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